venerdì 13 dicembre 2019

Clima: CO2 e obsolescenza programmata

L’obsolescenza programmata produce 48 milioni di tonnellate di CO2, lo dice un rapporto dell’European Environmental Bureau

di Alejandro Tena/Publico.es
La vita sta diventando sempre più dipendente dalla tecnologia e i grandi marchi lo sanno. Quanto più breve è la durata di vita dei dispositivi, tanto prima i consumatori torneranno sui mercati. Questa premessa astratta e precisa si chiama obsolescenza programmata: la vita utile che le aziende calcolano e progettano per i loro prodotti tecnologici. Telefoni, tablet, computer portatili, stampanti e persino lavatrici sono destinati a morire il più presto possibile.
Dietro questa realtà c’è un nuovo problema ambientale che, secondo i calcoli dell’Ufficio europeo dell’ambiente (EEB, European Environmental Bureau), comporta l’emissione annua di poco più di 48 milioni di tonnellate di CO2. Queste cifre gigantesche sono dovute ad un aumento del consumo di energia e risorse per soddisfare la crescente domanda di prodotti tecnologici e per l’eliminazione delle apparecchiature precedenti. “Questo studio è un’ulteriore prova del fatto che l’Europa non può rispettare i suoi obblighi climatici senza affrontare i nostri modelli di produzione e di consumo. L’impatto climatico della nostra cultura degli smartphone usa e getta è troppo alto”, afferma Jean-Pierre Schweitzer, Policy Officer per la Circular Economy di EEB.
La maggior parte delle emissioni dei dispositivi elettronici è legata non tanto all’energia che possono consumare durante il loro funzionamento, quanto all’inquinamento generato durante la loro produzione. I telefoni cellulari ne sono un buon esempio, mentre il 75% dei gas serra ad essi associati corrisponde all’intero processo di produzione, trasporto e distribuzione commerciale. Vale a dire, tre quarti delle emissioni che un telefono cellulare porta con sé vengono prodotte prima che il consumatore le disimballi dalla scatola.
La vita media di uno smartphone e di un computer portatile è compresa tra i 3 e i 4 anni. Nel caso di una lavatrice, la sua longevità è di circa 11 anni e se parliamo di aspirapolvere – un altro comune apparecchio – probabilmente diventeranno obsoleti quando raggiungeranno i 4 anni di età. Prolungando la durata di vita di questi prodotti di un anno, sarebbe possibile ridurre di 4 milioni di tonnellate di CO2 all’anno. Ciò equivarrebbe ad eliminare di colpo quasi due milioni di automobili dalle strade europee.
Al problema dei gas serra va aggiunto il problema dei rifiuti che è legato alla breve durata di vita dei telefoni cellulari e di altri oggetti dello stesso calibro. Tanto che si stima che solo in Spagna si generano annualmente circa 930mila tonnellate di rifiuti da dispositivi elettronici. In Europa, secondo la stessa Commissione europea, le cifre variano tra le dieci e le dodici tonnellate.
“Al di là di ciò che significa per le tasche, penso che ci siano pochi cittadini che sanno cosa significa obsolescenza programmata a livello ecologico. Non c’è quasi nessuna informazione governativa su cosa significano queste pratiche per l’ambiente”, ha detto Benito Muros, presidente della Fondazione per l’energia e l’innovazione sostenibile senza obsolescenza programmata, ha detto a Público.

La tirannia del design

Oltre alla deliberata programmazione degli anni di vita dei dispositivi elettronici, ci sono altre limitazioni estetiche che rafforzano questa idea di obsolescenza programmata. La tirannia del design della maggior parte dei prodotti rende le riparazioni più costose di un tempo. Secondo Laura Rubio, portavoce di Recuperadores de la Economía Social y Solidaria (RESS), il modo in cui sono realizzati i dispositivi è una “grande barriera al riutilizzo e alla riparazione”.
“La maggior parte delle volte il consumatore, per quanto gli costa ripararlo, decide di acquistare un nuovo oggetto, generando ulteriormente rifiuti elettronici”, aggiunge Muros. La sostituzione dell’avvitamento con la colla sui telefoni nel mercato odierno è un esempio di come le parti sono occultate agli utenti. Se fino a pochi anni fa la sostituzione di una piccola batteria al litio era possibile e conveniente, oggi l’assemblaggio la rende praticamente impossibile.
Muros, da parte sua, evidenzia i problemi che puà causare la cosiddetta transizione ecologica, diffidando di una rivoluzione tecnologica che non garantisca che “tutti i prodotti sono riparabili e aggiornabili sia nel software che nell’hardware.

“Etichettatura della durata”

Combattere l’obsolescenza “è complicato, ma non impossibile”, spiegano gli Amici della Terra. L’organizzazione ambientalista, che ha promosso la campagna di lotta contro la morte programmata dei prodotti elettronici, chiede misure legislative a livello nazionale per porre fine a questa pratica che genera tanto inquinamento. “L’Autorità Garante della concorrenza e del mercato italiana ha multato Samsung 5 milioni di euro e Apple 10 milioni di euro” per aver abbreviato la vita dei prodotti, secondo l’organizzazione. Questa, forse, è una delle strade da seguire”.
Rubio, da parte sua, chiede un “marchio di durata” per garantire che i consumatori sappiano cosa stanno acquistando e che i produttori “si assumano la responsabilità della gestione dei rifiuti”. Se le aziende fossero costrette a pagare per i rifiuti, si “sveglierebbero” e renderebbero i loro prodotti più riutilizzabili, dice l’esperto della REES.
La Fondazione per l’energia e l’innovazione sostenibile senza obsolescenza programmata chiede che la legge sulle garanzie venga aumentata da due a cinque anni e che vengano eliminate le clausole “scritte in piccolo”, in quanto stabiliscono numerose restrizioni che impediscono la riparazione degli apparecchi in caso di difetti.
“È essenziale cercare di riparare l’oggetto o il dispositivo che è stato danneggiato, e valutare se possiamo prestarlo o se può essere affittato e, infine, prima di acquistare qualcosa di nuovo, c’è sempre la possibilità di acquistarlo di seconda mano”, sostengono gli Amici della Terra, per sottolineare il potere che i consumatori hanno e il valore dell’economia circolare.

Fonte: https://www.popoffquotidiano.it/2019/10/12/clima-quanta-co2-con-lobsolescenza-programmata/

martedì 26 novembre 2019

Perché il 5G renderà più difficili le previsioni meteo

L’utilizzo di alcune frequenze destinate alle reti di nuova generazione interferisce con il lavoro dei satelliti nella previsione degli uragani. In questi giorni è stato trovato un accordo per limitare l’impatto del fenomeno, ma per i metereologi le misure previste non sono sufficienti a evitare problemi.
di Lorenzo Longhitano
L'attivazione e lo sviluppo delle reti 5G rischia di creare problemi di non poco conto ai sistemi più sofisticati attualmente in uso per le previsioni meteo in tutto il mondo. La situazione di conflitto tra le connessioni cellulari di nuova generazione e i satelliti che permettono di individuare in anticipo il comportamento dei fenomeni meteo è nota da tempo, ma l'ultimo allarme lo ha lanciato nientemeno che l'organizzazione meteorologica mondiale nel corso della Conferenza globale dedicata al tema delle radiocomunicazioni che si è tenuta nei giorni scorsi a Sharm-el-Sheik.
Il problema dei 24 Ghz

Il problema risiede nel fatto che uno degli spettri di frequenze radio messi a disposizione delle connessioni 5G è quello dei 24 GHz, ovvero una banda radio molto vicina alle frequenze che i satelliti meteorologici scandagliano per individuare nell'atmosfera la presenza di microparticelle di vapore acqueo che funzionano da indicatori piuttosto affidabili del comportamento di eventuali uragani. Individuare le microparticelle aiuta infatti a costruire un modello di previsione utilizzato per evacuare in tempo le popolazioni che saranno probabilmente investite dalla traiettoria di questi fenomeni atmosferici, ma affollare le frequenze dei 24 GHz di segnali radio artificiali interferisce con il lavoro dei satelliti.

Secondo la NASA e il NOAA (l'amministrazione nazionale oceanica ed atmosferica statunitense) introdurre un disturbo artificiale all'interno di queste frequenze ridurrebbe del 77% la quantità di dati affidabili che i satelliti riescono a raccogliere nelle loro operazioni, riducendo del 30% l'efficacia delle previsioni e portando dunque ritardi o incertezze nelle operazioni di evacuazione che potrebbero salvare la vita a numerose persone.
Un accordo insoddisfacente

Ecco perché durante la conferenza di Sharm-el-Sheik è stato cercato e trovato un accordo con governi e industria delle telecomunicazioni per proteggere lo spettro radio al centro del conflitto. Secondo l'intesa verranno istituite delle bande radio in prossimità dei 24 GHz che non potranno essere rese veicolo di telecomunicazioni, per salvaguardare l'affidabilità dei dati raccolti dai satelliti. Per i meteorologi però le misure previste dall'accordo non sono sufficienti a evitare problemi: agli operatori del settore non viene infatti imposto un silenzio radio assoluto ma è concesso uno spazio di manovra che però per gli esperti potrebbe comunque avere un impatto sulle operazioni di rilevazione dei satelliti. A meno di ulteriori sviluppi nelle contrattazioni, le due parti in causa dovranno trovare nei prossimi anni delle soluzioni per misurare l'impatto reale che l'avvento delle reti 5G avrà sulle misurazioni e lavorare insieme per mitigarlo.

Fonte: https://tech.fanpage.it/perche-il-5g-rendera-piu-difficili-le-previsioni-meteo/
http://tech.fanpage.it/

sabato 12 ottobre 2019

Il Wi-Fi non va installato a scuola: la scuola va cablata

Secondo uno studio condotto da un team di medici del sistema sanitario nazionale britannico, bambini e ragazzi, avendo la calotta di protezione del propriocervello caratterizzata da tessuti più sottili, riescono ad assorbire una quantità di microonde 10 volte maggiore rispetto agli adulti e possono perciòsviluppare più facilmente delle patologie. “Ecco perché”, ha spiegato Orio, “il Wi-Fi non va installato a scuola: la scuola va cablata,per garantire una sicurezza certa per la salute di bambini e ragazzi”. 

Anche il già citato studio tedesco della Wilke raccomanda di “adottare misure per minimizzare l'esposizione alle radiazioni a radiofrequenza. Le soluzioni cablate dovrebbero avere la precedenza. I limiti di esposizione attuali e i valori fissati come „limite per il SAR‟ (la quantità massima di radiazioni che il corpo umano può assorbire senza avere conseguenze dagli effetti termici) non proteggono dai rischi per la salute associati alle radiazioni Wi-Fi”. Infatti, gli effetti biologici si osservano a soglie ben più basse rispetto a quelli termici.
Lo studio in questione sottolinea poi che “i possibili rischi associati alle radiazioni Wi-Fi potrebbero essere evitati testando tecnologie alternative 227 su altre bande di frequenza,come le tecnologie ottiche VLC/Li-Fi (co-municazione a luce visibile). Quando il Wi-Fi non può essere evitato come soluzione di transizione, è necessario applicare il principio „ALA-RA‟: ovvero, nessuna trasmissione continua, bensì reti Wi-Fi che posso-no essere disattivate e dotate di gestione dinamica dell'alimentazione”.In particolare, la tecnologia Li-Fi (abbreviazione di Light Fidelity) citata dallo studio attivamente sviluppata da diverse organizzazioni in tutto il mondo risulta essere non pericolosa, in quanto utilizza la luce visibile (oppure ultravioletta o infrarossa) per trasmettere dati ad alta velocità. In termini di utilizzo finale, la tecnologia è simile al Wi-Fi, ma è più veloce e consente di lavorare su una larghezza di banda più elevata, nonché di la-vorare in aree suscettibili alle interferenze elettromagnetiche.