È mancato a novant’anni Natalino Irti, il più importante e riconosciuto giurista italiano contemporaneo, come ha ricordato Massimo Cacciari.
Nel 2022 ho avuto l’onore di intervistarlo a proposito del rapporto fra “tecnica, diritto e destini dell’umanità”. Il suo libro “Nichilismo giuridico” (in particolare) ha avuto un impatto davvero molto forte, sia sulla filosofia che sulla giurisprudenza.
Gentile
Professore, bentrovato. Innanzitutto la ringraziamo per la sua cortese
disponibilità. Con questa nostra intervista vorremmo affrontare con lei
il complesso rapporto che esiste fra scienza, tecnica e umanità. La
nostra epoca è segnata da una presenza sempre più invasiva delle
tecnologie e delle più svariate forme di dipendenza tecnica. Dal suo
punto di vista, di giurista di lungo corso, quali sono i pericoli che
corriamo, a livello di rapporti di forza?
Grazie a voi. Comincerei col dire che il diritto, che già da tempo utilizza strumenti tecnici e si accosta timidamente all’impiego di robot e di intelligenza artificiale, è sicuramente parte
in causa. Dunque il giurista non può sviare lo sguardo e chiudersi nel
silenzio. Positività e artificialità si tengono insieme, poiché l’uomo
non trova il diritto fra le cose del mondo esterno, non lo accoglie e
riceve dal di fuori, ma lo istituisce con la propria volontà. Quindi dire
artificiale è dire che il diritto ci appartiene, che la nostra volontà è
in grado di istituirlo o destituirlo, che ogni responsabilità ricade in
ultima istanza soltanto su di noi.
Detto ciò, non c’è dubbio che un’ombra
cupa d’inumanità ha gravato, ed ancora grava, sulla tecnica, sugli
sviluppi della scienza contrapposti alle nobili opere della civiltà. Se
però la tecnica ci appare suprema creatrice di artificialità, questo
carattere dobbiamo riconoscerlo proprio di tutto l’agire umano, e di
ogni cosa che ci circonda e giova alla nostra vita materiale e
spirituale. L’antitesi di diritto e tecnica non regge dunque come urto
fra umano e dis-umano, poiché ambedue appartengano al nostro agire nel
corso storico. Infatti, anche il diritto è una tecnica.
In
pratica, se ho compreso bene, lei ci sta dicendo che è un errore
considerare la tecnica come separata dall’essere umano, e che la nostra
paura di una degenerazione della tecnica nasce dalla malintesa
comprensione del carattere intrinsecamente umano della tecnica?
Esattamente.
La tecnica nasce e si svolge proprio per la scoperta rinascimentale
dell’uomo, della verità come risultato di prove empiriche e
sperimentali, dell’individuo come artefice del corso storico. In questa
luce, la tecnica è umana e umanistica: dove il primo
aggettivo esprime l’appartenenza al mondo storico, costituito dagli
uomini nel fiume del tempo; e il secondo rivela le connessioni profonde
con la Rinascenza e con la modernità culturale dell’Europa.
Una volta riconosciuto il carattere umano della tecnica, e cioè superata l’interpretazione mitica magica religiosa, si aprono due strade: l’una, delle antitesi variamente definite e argomentate (tra cultura e civilizzazione, vita e tecnica, regno degli uomini e regno delle cose); l’altra, per dir così, dell’unità, o che la tecnica sia uno dei modi in cui si rivela la verità dell’essere (direbbe Heidegger), o che la tecnica stringa tutti gli uomini nel comune discorso scientifico.
Così l’uomo, perduto il “lusso”
dell’esistenza privata e l’antica garanzia di fedi unitarie, si fa uomo
sociale e s’immette nel discorso tra i saperi particolari. Allora il
consenso scientifico può apparire come l’unica verità del nostro tempo.
Cosa
intende con “saperi particolari”? Vede anche lei una specializzazione
che annulla la possibilità di tenere insieme i saperi, negando quello
sguardo “universale” che è il principio stesso del concetto di
Università?
La tecnica non si presenta come un insieme di possibilità offerto alla libertà e responsabilità degli uomini, ma come uno tra i “modi” o “forme” in cui si disvela l’essere. La divisione del lavoro scientifico determina saperi particolari, genera specialisti di ambiti sempre più limitati e ristretti. All’uomo intero, che pretendeva di abbracciare il mondo con lo sguardo e di trovarvi le ragioni dell’unità, subentra l’uomo frazionario, detentore di frammenti di sapere. La competenza designa l’oggetto e la misura del sapere parziale.
Tuttavia, le competenze non possono stare da sole, ma esigono il rapporto e l’unione con altre competenze. L’uomo non è più capace di fedi totalitarie e di visioni d’insieme, poiché anch’egli, il signore del mondo e il padrone delle cose, è caduto a materia di scienza (di psicologia e psicoanalisi, di sociologia e antropologia criminale ecc.).
Effettivamente la divisione delle
competenze se da una parte ha prodotto una maggiore conoscenza
all’interno del singolo sapere, dall’altra ha reso impossibile il
dialogo interdisciplinare. Possiamo dire che anche questa deformazione è
parte della deriva tecno-nichilista in atto?
Giova qui
ribadire che la tecnica è rapporto tra voleri. L’essenza manipolatrice
della tecnica, quale si manifesta nella posizione di norme, mira allo
scopo più arduo e ambizioso: di conferire forma, non già a cose o eventi
del mondo “naturale”, ma alla volontà di altri uomini, conducendoli ad
accogliere la nostra volontà come loro propria volontà.
Su questo punto ha riflettuto
intensamente il filosofo Martin Heidegger. Come si colloca il giurista
dinanzi al pensiero di questo immenso indagatore?
Quando, ad esempio, il filosofo Martin Heidegger scrive che “L’uomo non è padrone dell’ente” ma “è il pastore dell’essere”,
ci troviamo dinanzi ad una proposizione, tra arcana e profetica, che
prova a svelare l’essenza dell’uomo. La quale non risiede nel
padroneggiare le cose, nell’esercizio di una razionalità produttiva che
corrompe il linguaggio e cagiona “spietatezza”, ma nell’ascoltare la
voce dell’essere.
La meditazione di Heidegger non rifiuta la tecnica, non la degrada a strumento per il dominio soggettivo delle cose, ma la solleva ad un “invio del destino”, a forma di disvelatezza della “verità”. L’uomo deve imparare a essere docile e paziente nell’attesa della voce, che ricongiunga tecnica, diritto e poesia.
Dunque, forse, la risposta a
questa pericolosa disumanizzazione che temiamo possa procedere senza
limiti risiede nel ripensare il nesso fra tecnica e visione poetica del
mondo?
Bisogna vedere nella tecnica, non qualcosa di in-umano, di estraneo o di avverso all’uomo, ma piuttosto una configurazione dell’umanità, quale si è determinata nell’Occidente europeo. Attraverso la tecnica, l’uomo ha costruito, e tuttora costruisce, il proprio mondo,
l’insieme degli oggetti che gli stanno intorno, e nei quali egli, di
“scoperta” in “scoperta”, conosce sempre più profondamente sé stesso.
Eppure, è diventato quasi impossibile riuscire a discutere filosoficamente e giuridicamente della dimensione umanistica della tecnica, del suo destino ultimo, senza dover per forza limitarsi a osservare i conflitti minimi del quotidiano.
Come accennavo poc’anzi, nelle filosofie unificanti, assistiamo alla morte del vecchio umanesimo di lettere ed arti, e alla nascita di un nuovo umanesimo dentro la stessa essenza della tecnica. In sostanza, cade ogni antitesi; non si fa più luogo al contrasto tra umanità e disumanità, poiché la tecnica trova la propria essenza all’interno del mondo umano. Ma esse, le filosofie unificanti, debbono pur registrare il fenomeno dei conflitti.
Oggi il conflitto può sorgere e svolgersi, non soltanto fra uomini, ma anche all’interno stesso del singolo uomo: basti considerare il malato, che, per obbedienza a una fede religiosa, rifiuta l’applicazione di una terapia medica. Qui la tecnica appresta il rimedio; il diritto lo considera lecito e permesso; eppure queste forze urtano contro un’altra forza più potente e vincolante. Altre potenze si agitano, dunque, ora in accordo ora in disaccordo con la tecnica: fedi religiose, ideologie politiche, speranze o paure collettive, scelte del diritto. Le norme giuridiche appartengono al mondo delle potenze, che la tecnica trova dentro di sé e dinanzi a sé, e non sa, né può sapere, se si stringeranno in alleanze o entreranno in conflitto.
Allora torniamo ancora una volta sul punto centrale, ovvero che la tecnica non va né temuta né rifiutata in nome di vecchi ideali umanistici, ma assunta ad opera dell’uomo. La sua umanità non è diversa da quella, che sorregge e genera le grandi creazioni dell’arte, della poesia, della musica. In essa si esprime la volontà di potenza dell’uomo, la sua volontà di dominare la natura e di farne, per usare l’espressione di Gentile, la “nostra natura”. Nessuno può porsi al riparo della tecnica, cioè del tempo in cui ci è dato di vivere.
Mi sembra che sulla radice umanistica della tecnica le sue parole siano state molto utili e precise. Venendo in conclusione al tema della giustizia invece, le chiedo: secondo lei il diritto è ancora in grado di formulare una strategia di contenimento, diciamo così, dello strapotere tecnico?
La tecnica – ho già avvertito – appartiene anch’essa al regno degli uomini, e perciò trova dentro di sé e dinanzi a sé, nel suo svolgersi e dispiegarsi, altre potenze e forme della volontà umana. E tra di esse, non ultima e forse più temibile delle altre, il diritto, che prova a sottometterla al proprio impero, ed a stabilire con essa il rapporto di regola a regolato. Nel conflitto, la tecnica appare una tra le potenze umane, non la potenza unica e totalitaria.
Mentre nel passato l’uomo usciva, o provava a uscire, fuori di sé, e si appoggiava a una divinità o realtà presupposta, data prima del suo pensiero e della sua volontà, ora egli sa di edificare il proprio mondo, e di elaborare e di impiegare gli strumenti di questo dominio. Nei quali propriamente risiede la potenza della tecnica: una potenza, che non conosce né pace né tregua, così per il suo dispiegarsi ed accrescersi come per i conflitti, mossi al proprio interno. E noi stessi, uomini del secolo ventunesimo, siamo tratti dentro questi conflitti, e chiamati a prendere posizione fra le potenze in gioco.
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