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sabato 13 giugno 2026

Natalino Irti fra tecnica, diritto e destini dell’umanità

È mancato a novant’anni Natalino Irti, il più importante e riconosciuto giurista italiano contemporaneo, come ha ricordato Massimo Cacciari.

Nel 2022 ho avuto l’onore di intervistarlo a proposito del rapporto fra “tecnica, diritto e destini dell’umanità”. Il suo libro “Nichilismo giuridico” (in particolare) ha avuto un impatto davvero molto forte, sia sulla filosofia che sulla giurisprudenza.

Ecco l’intervista integrale di Davide Sabatino al compianto Natalino Irti


DAVIDE SABATINO (L’INDISPENSABILE) IN DIALOGO CON IL PROFESSOR NATALINO IRTI


Gentile Professore, bentrovato. Innanzitutto la ringraziamo per la sua cortese disponibilità. Con questa nostra intervista vorremmo affrontare con lei il complesso rapporto che esiste fra scienza, tecnica e umanità. La nostra epoca è segnata da una presenza sempre più invasiva delle tecnologie e delle più svariate forme di dipendenza tecnica. Dal suo punto di vista, di giurista di lungo corso, quali sono i pericoli che corriamo, a livello di rapporti di forza?

Grazie a voi. Comincerei col dire che il diritto, che già da tempo utilizza strumenti tecnici e si accosta timidamente all’impiego di robot e di intelligenza artificiale, è sicuramente parte in causa. Dunque il giurista non può sviare lo sguardo e chiudersi nel silenzio. Positività e artificialità si tengono insieme, poiché l’uomo non trova il diritto fra le cose del mondo esterno, non lo accoglie e riceve dal di fuori, ma lo istituisce con la propria volontà. Quindi dire artificiale è dire che il diritto ci appartiene, che la nostra volontà è in grado di istituirlo o destituirlo, che ogni responsabilità ricade in ultima istanza soltanto su di noi.

Detto ciò, non c’è dubbio che un’ombra cupa d’inumanità ha gravato, ed ancora grava, sulla tecnica, sugli sviluppi della scienza contrapposti alle nobili opere della civiltà. Se però la tecnica ci appare suprema creatrice di artificialità, questo carattere dobbiamo riconoscerlo proprio di tutto l’agire umano, e di ogni cosa che ci circonda e giova alla nostra vita materiale e spirituale. L’antitesi di diritto e tecnica non regge dunque come urto fra umano e dis-umano, poiché ambedue appartengano al nostro agire nel corso storico. Infatti, anche il diritto è una tecnica.

In pratica, se ho compreso bene, lei ci sta dicendo che è un errore considerare la tecnica come separata dall’essere umano, e che la nostra paura di una degenerazione della tecnica nasce dalla malintesa comprensione del carattere intrinsecamente umano della tecnica?

Esattamente. La tecnica nasce e si svolge proprio per la scoperta rinascimentale dell’uomo, della verità come risultato di prove empiriche e sperimentali, dell’individuo come artefice del corso storico. In questa luce, la tecnica è umana e umanistica: dove il primo aggettivo esprime l’appartenenza al mondo storico, costituito dagli uomini nel fiume del tempo; e il secondo rivela le connessioni profonde con la Rinascenza e con la modernità culturale dell’Europa.

Una volta riconosciuto il carattere umano della tecnica, e cioè superata l’interpretazione mitica magica religiosa, si aprono due strade: l’una, delle antitesi variamente definite e argomentate (tra cultura e civilizzazione, vita e tecnica, regno degli uomini e regno delle cose); l’altra, per dir così, dell’unità, o che la tecnica sia uno dei modi in cui si rivela la verità dell’essere (direbbe Heidegger), o che la tecnica stringa tutti gli uomini nel comune discorso scientifico.

Così l’uomo, perduto il “lusso” dell’esistenza privata e l’antica garanzia di fedi unitarie, si fa uomo sociale e s’immette nel discorso tra i saperi particolari. Allora il consenso scientifico può apparire come l’unica verità del nostro tempo.

Cosa intende con “saperi particolari”? Vede anche lei una specializzazione che annulla la possibilità di tenere insieme i saperi, negando quello sguardo “universale” che è il principio stesso del concetto di Università?

La tecnica non si presenta come un insieme di possibilità offerto alla libertà e responsabilità degli uomini, ma come uno tra i “modi” o “forme” in cui si disvela l’essere. La divisione del lavoro scientifico determina saperi particolari, genera specialisti di ambiti sempre più limitati e ristretti. All’uomo intero, che pretendeva di abbracciare il mondo con lo sguardo e di trovarvi le ragioni dell’unità, subentra l’uomo frazionario, detentore di frammenti di sapere. La competenza designa l’oggetto e la misura del sapere parziale.

Tuttavia, le competenze non possono stare da sole, ma esigono il rapporto e l’unione con altre competenze. L’uomo non è più capace di fedi totalitarie e di visioni d’insieme, poiché anch’egli, il signore del mondo e il padrone delle cose, è caduto a materia di scienza (di psicologia e psicoanalisi, di sociologia e antropologia criminale ecc.).

Effettivamente la divisione delle competenze se da una parte ha prodotto una maggiore conoscenza all’interno del singolo sapere, dall’altra ha reso impossibile il dialogo interdisciplinare. Possiamo dire che anche questa deformazione è parte della deriva tecno-nichilista in atto?

Giova qui ribadire che la tecnica è rapporto tra voleri. L’essenza manipolatrice della tecnica, quale si manifesta nella posizione di norme, mira allo scopo più arduo e ambizioso: di conferire forma, non già a cose o eventi del mondo “naturale”, ma alla volontà di altri uomini, conducendoli ad accogliere la nostra volontà come loro propria volontà.

Su questo punto ha riflettuto intensamente il filosofo Martin Heidegger. Come si colloca il giurista dinanzi al pensiero di questo immenso indagatore?

Quando, ad esempio, il filosofo Martin Heidegger scrive che “L’uomo non è padrone dell’ente” ma “è il pastore dell’essere”, ci troviamo dinanzi ad una proposizione, tra arcana e profetica, che prova a svelare l’essenza dell’uomo. La quale non risiede nel padroneggiare le cose, nell’esercizio di una razionalità produttiva che corrompe il linguaggio e cagiona “spietatezza”, ma nell’ascoltare la voce dell’essere.

La meditazione di Heidegger non rifiuta la tecnica, non la degrada a strumento per il dominio soggettivo delle cose, ma la solleva ad un “invio del destino”, a forma di disvelatezza della “verità”. L’uomo deve imparare a essere docile e paziente nell’attesa della voce, che ricongiunga tecnica, diritto e poesia.

Dunque, forse, la risposta a questa pericolosa disumanizzazione che temiamo possa procedere senza limiti risiede nel ripensare il nesso fra tecnica e visione poetica del mondo?

Bisogna vedere nella tecnica, non qualcosa di in-umano, di estraneo o di avverso all’uomo, ma piuttosto una configurazione dell’umanità, quale si è determinata nell’Occidente europeo. Attraverso la tecnica, l’uomo ha costruito, e tuttora costruisce, il proprio mondo, l’insieme degli oggetti che gli stanno intorno, e nei quali egli, di “scoperta” in “scoperta”, conosce sempre più profondamente sé stesso.

Eppure, è diventato quasi impossibile riuscire a discutere filosoficamente e giuridicamente della dimensione umanistica della tecnica, del suo destino ultimo, senza dover per forza limitarsi a osservare i conflitti minimi del quotidiano.

Come accennavo poc’anzi, nelle filosofie unificanti, assistiamo alla morte del vecchio umanesimo di lettere ed arti, e alla nascita di un nuovo umanesimo dentro la stessa essenza della tecnica. In sostanza, cade ogni antitesi; non si fa più luogo al contrasto tra umanità e disumanità, poiché la tecnica trova la propria essenza all’interno del mondo umano. Ma esse, le filosofie unificanti, debbono pur registrare il fenomeno dei conflitti.

Oggi il conflitto può sorgere e svolgersi, non soltanto fra uomini, ma anche all’interno stesso del singolo uomo: basti considerare il malato, che, per obbedienza a una fede religiosa, rifiuta l’applicazione di una terapia medica. Qui la tecnica appresta il rimedio; il diritto lo considera lecito e permesso; eppure queste forze urtano contro un’altra forza più potente e vincolante. Altre potenze si agitano, dunque, ora in accordo ora in disaccordo con la tecnica: fedi religiose, ideologie politiche, speranze o paure collettive, scelte del diritto. Le norme giuridiche appartengono al mondo delle potenze, che la tecnica trova dentro di sé e dinanzi a sé, e non sa, né può sapere, se si stringeranno in alleanze o entreranno in conflitto.

Allora torniamo ancora una volta sul punto centrale, ovvero che la tecnica non va né temuta né rifiutata in nome di vecchi ideali umanistici, ma assunta ad opera dell’uomo. La sua umanità non è diversa da quella, che sorregge e genera le grandi creazioni dell’arte, della poesia, della musica. In essa si esprime la volontà di potenza dell’uomo, la sua volontà di dominare la natura e di farne, per usare l’espressione di Gentile, la “nostra natura”. Nessuno può porsi al riparo della tecnica, cioè del tempo in cui ci è dato di vivere.

Mi sembra che sulla radice umanistica della tecnica le sue parole siano state molto utili e precise. Venendo in conclusione al tema della giustizia invece, le chiedo: secondo lei il diritto è ancora in grado di formulare una strategia di contenimento, diciamo così, dello strapotere tecnico?

La tecnica –  ho già avvertito – appartiene anch’essa al regno degli uomini, e perciò trova dentro di sé e dinanzi a sé, nel suo svolgersi e dispiegarsi, altre potenze e forme della volontà umana. E tra di esse, non ultima e forse più temibile delle altre, il diritto, che prova a sottometterla al proprio impero, ed a stabilire con essa il rapporto di regola a regolato. Nel conflitto, la tecnica appare una tra le potenze umane, non la potenza unica e totalitaria.

Mentre nel passato l’uomo usciva, o provava a uscire, fuori di sé, e si appoggiava a una divinità o realtà presupposta, data prima del suo pensiero e della sua volontà, ora egli sa di edificare il proprio mondo, e di elaborare e di impiegare gli strumenti di questo dominio. Nei quali propriamente risiede la potenza della tecnica: una potenza, che non conosce né pace né tregua, così per il suo dispiegarsi ed accrescersi come per i conflitti, mossi al proprio interno. E noi stessi, uomini del secolo ventunesimo, siamo tratti dentro questi conflitti, e chiamati a prendere posizione fra le potenze in gioco.

venerdì 19 dicembre 2025

Federico Faggin. L'uomo che vide il futuro

Un docufilm di Marcello Foa che racconta una straordinaria figura dell'innovazione italiana, andato in onda il 28 marzo scorso su Rai 3 e disponibile su RaiPlay


Non solo la storia di un inventore. Ma il racconto di un uomo che ha attraversato il cuore del progresso per poi interrogarsi sul suo stesso significato. È “Federico Faggin, l’uomo che vide il futuro”, documentario di Marcello Foa. Nato a Vicenza, protagonista assoluto della Silicon Valley, padre del microprocessore e del touchscreen, Faggin è oggi un pensatore atipico: scienziato che ha fatto i conti con la coscienza, innovatore che riflette sui limiti della tecnica.

martedì 9 febbraio 2021

Lo smartphone nello smartcervello

Fonte: http://kelebeklerblog.com   Posted on by Miguel Martinez 

Mi sembra una delle notizie più significative dell’anno, ma l’ho trovata per caso.

La rivista Nature Communications (alzi la mano chi la segue regolarmente) ha pubblicato un articolo dal titolo Soft subdermal implant capable of wireless battery charging and programmable controls for applications in optogenetics, ma è quasi perfettamente comprensibile a un profano.

L’articolo è scritto da undici coreani e un iraniano. che però è un americano.

I tecnoscienziati prendono questo aggeggio, detto wireless optoelectronic system:

E lo ficcano abilmente dentro il cervello di un topo, con dei Led che sbucano fuori dal cranio:

La didascalia recita:

Illustrazione concettuale di un sistema di sonda optoelettronico senza filo impiantato in maniera sottocutanea nella testa di un roditore per permettere il cotrollo di circuiti neuronali nelle parte profonda del cervello”.

Sembra un po’ grosso, ma la Prima Legge di Moore constata che

«La complessità di un microcircuito, misurata ad esempio tramite il numero di transistor per chip, raddoppia ogni 18 mesi (e quadruplica quindi ogni 3 anni).»

Quindi tra diciotto mesi, o il chip misurerà la metà, o potrà fare il doppio del lavoro.

Perché hanno ficcato l’aggeggio dentro il cervello del topo?

“L’optogenetica è una potente tecnica che permette la manipolazione spaziotemporale mirata [target-specific] dell’attività neuronale per la dissezione di circuiti neuronali e interventi terapeutici”.

Finora, gli studiosi si lamentano, c’era stato il problema di come ricaricare questi aggeggi, perché bisognava prendere i topi, legarli e attaccarli alla presa per il tempo necessario.

Adesso invece “basta uno smartphone” e si possono telecomandare i cervelli di più topi alla volta:

Ora, conosco molte persone che sono contente che si faccia tutto il possibile ai topi, comunque gli studiosi dicono chiaramente che il vero obiettivo è un altro:

“Il sistema optoelettronico pienamente impiantabile, ricaricabile senza fili e morbido che proponiamo qui può offrire nuove opportunità per permettere l’optogenetica nel cervello umano per applicazioni terapeutiche.”

Applicazioni terapeutiche?

Vediamo un esempio pratico, cioè quello utilizzato dai tecnoscienziati per testare l’efficacia del Cervello Smart 2.0.

Innanzitutto gli sperimentatori si rivolgono al loro spacciatore di fiducia, tale Belgopia, che produce e smercia a Louvain-la-Neuve nel lontano Belgio (ma il globomondo è piccolo), e acquistano cocaina idrocloruro.

“Poi ai topi fu somministrata, o soluzione salina o cocaina, con o senza stimolazione ottica, e le loro attività motorie sono state misurate per 60 min. I dispositivi optoelettronici impiantati sono stati accoppiati a uno smartphone tramite Bluetooth e manovrati utilizzando un’app personalizzata per smartphone.”

La mano umana accende i Led:

Merita un’occhiata questo video di ciò che chiamano un freely moving rat, che ha più o meno lo stesso spazio di manovra di uno studente oggi mentre fa la Didattica a Distanza durante il Lockdown:

Per ora, sembra che la ricerca si limiti allo studio dei cervelli (successivamente sezionati), non ancora al controllo delle loro azioni.

La parte divertente arriverà quando si passerà dalla ricerca dati all’interattività.

Sarà il vero futuro della Customer Experience.

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giovedì 14 gennaio 2021

Dal transumano al postumano

 

Dal transumano al postumano

Elon Musk apre le porte al postumano…

A luglio di quest’anno la Food and Drug Administration ha concesso alla società Neuralink del miliardario Elon Reeve Musk, l’ideatore delle automobili elettriche Tesla, una “designazione rivoluzionaria” del suo dispositivo consentendo al progetto di avanzare ulteriormente nelle fasi di test.

Ma di cosa stiamo parlando? Elon Musk lo ha svelato al pubblico qualche giorno fa: un prototipo funzionante di Neuralink, un impianto cranico in grado di comunicare con le cellule cerebrali.

Avete letto con attenzione? È stato presentato un microchip cerebrale come una cura rivoluzionaria per una serie di disturbi importanti (perdita di memoria, cecità, convulsioni, ictus e persino tossicodipendenza). Siamo di fronte purtroppo al preludio di un futuro dispotico da incubo!

Musk in persona ha mostrato un dispositivo funzionante, impiantato nel cervello di un povero maiale, ed ha esordito dicendo che era “davvero entusiasta di mostrarvi quello che abbiamo. Penso che vi lascerà a bocca aperta”.

La dimostrazione consisteva nel convincere una scrofa di nome Gertrude (con il chip cerebrale impiantato) a lasciare il suo recinto, a mangiare a comando, cioè quando lo ordinava Musk, e altre amenità simili. Ad un secondo maiale invece avevano rimosso il dispositivo cercando di dimostrare che un animale può vivere benissimo anche dopo averlo tolto, mentre il terzo animale non aveva alcun dispositivo, e quindi fungeva da controllo.

L’ultima versione del Neuralink ha le dimensioni di una “grande moneta” ma è abbastanza sottile da stare attaccato al cranio: “invisibile e tutto ciò che puoi vedere dopo è una minuscola cicatrice”, ha precisato Musk.

In effetti, potrei avere un Neuralink in questo momento e tu non lo sapresti – forse lo faccio

Elon Musk

La società spera di rendere il dispositivo accoppiabile con un’applicazione per smartphone tramite Bluetooth, per potenziali applicazioni mediche e persino per convogliare la musica direttamente nel cervello. Avete capito? Potremo ascoltare le canzoni di Sanremo direttamente da dentro l’encefalo.

Musk è dell’idea che sarà possibile installare l’impianto in meno di un’ora: “puoi entrare la mattina e lasciare l’ospedale nel pomeriggio, e senza anestesia generale”.

Gran bella idea, non c’è che dire.

Lo scopo della dimostrazione era accalappiare persone interessate: “Vogliamo che persone brave a risolvere problemi si uniscano all’azienda e ci aiutino a completare questo dispositivo, a prendersi cura degli animali, scrivere il software, creare i chip e produrre tutto”. E perché no, magari trovare anche qualche cavia umane pronta a farsi aprire il cranio per far evolvere la Scienza o solo per soldi! E forse non è un caso che utente scherzosamente, o forse no, ha risposto all’appello di Musk: “Se paghi il mio prestito studentesco e il mutuo, violerò le leggi sull’etica medica per far avanzare Neuralink. Posso essere comprato, parliamone”.


Il grosso problema è che il Sistema sta andando avanti con simili esperimenti, anche perché il microchip è senza ombra di dubbio uno dei tasselli chiave per il controllo globale.

Moltissimi film di fantascienza ci stanno programmando mentalmente, socialmente e antropologicamente ad un futuro nel quale uomini e macchine non solo convivono ma interagiscono fino a scambiare i propri ruoli: robot dall’aspetto umanoide e addirittura coscienze umane uploadate in macchine.

Hollywood (e per estensione anche la televisione) non è solo un colosso dell’intrattenimento: è la fucina di partenza dei cambiamenti socio-culturali della società. I film possono condizionare le masse e modificare la realtà!

Nella filmografia che anticipa quello che avverrà con precisione quasi millimetrica, l’elenco è infinito: da Metropolis del 1927 a Ultimatum alla Terra del 1951, Il mondo dei robot (1973), Tron, Blade Runner, Guerre Stellari, Alien, Elysium, Terminator, Robocop, Stra Trek, Io Robot, L’uomo bicentenario, Matrix, Ex Machina, Trascendence, Gost in the Shell, ecc. ecc.

Migliaia di film nei quali il futuro è sempre descritto e rappresentato come un nero periodo nel quale l’ingerenza delle macchine nella vita si fa sempre più pressante.

Le automazioni saranno così normali nella società, che l’uomo stesso sarà composto da pezzi meccanici. Gli organismi cibernetici sono sempre più una realtà, perché il confine che separa la specie umana dalle macchine sta per essere superato…

Tutto questo va sotto il nome Transumanesimo, una filosofia secondo la quale la tecnologia deve superare i limiti imposti dalla natura all’uomo, potenziandone le capacità fisiche e cognitive.

Se l’uomo quindi potrà superare i propri limiti grazie alle conoscenze cibernetiche, robotiche e all’Intelligenza Artificiale, teoricamente potremo arrivare al punto di dover ridefinire l’uomo e la Vita stessa.

Il transumano indica un essere umano tecnicamente incrementato, in transizione verso una nuova forma evolutiva, ma quale forma? Quella post-umana!

Il transumanesimo infatti conduce al postumano: una condizione che pone radicalmente in discussione il concetto di umano. Il postumano propone di contribuire a costruire un paradigma non antropocentrico, quindi non oltre l’uomo, ma DOPO l’uomo, per cui andranno rivisti anche certi dualismi: umano-non umano, biologico-tecnologico, ecc.

Ma quand’è che un uomo che trasforma e modifica il proprio corpo con protesi meccaniche non è più uomo? Dove sta il limite superato il quale si perde l’umanità e si diventa macchina?

Viceversa, un robot avente intelligenza artificiale e innesti biologici rimane sempre macchina o può un giorno essere riconosciuto come vivente?

Sono domande per noi apparentemente folli, ma tra qualche decennio ci dovremo convivere tutti, perché la Finestra di Overton si è spalancata, ed Elon Musk è certamente un ottimo rappresentante di questa distopia…

Fonte: effervescienza

domenica 11 marzo 2018